Cinema, arte, fotografia, musica: la trasformazione dei reagenti artistici da Roma a New York.

“David Bowie is”: il Duca Bianco in mostra a Londra

Al Victoria and Albert Museum di Londra si è conclusa domenica (ma non preoccupatevi è itinerante e forse arriverà anche in Italia) una retrospettiva dedicata a David Bowie.

Io c’ero! E con l’entusiasmo di una bambina che va al luna park e si diverte come una matta, ho passato 3 ore meravigliose in compagnia del Duca Bianco. Un’emozione infinita, un percorso fatto di oggetti e costumi di scena, fotografie originali, scritti autentici, quadri e tecnologie usate negli studi di registrazione e naturalmente la sua musica, che ti accompagna per tutto il tempo.

David Bowie Is  non segue un percorso cronologico, ma offre ai visitatori dei punti di vista attraverso i quali scoprire Bowie e le sue molte sfaccettature: rocker, artista d’avanguardia, attore, pittore, scrittore e leggenda vivente.

Di solito sono una persona impassibile ad ogni forma di celebrazione, anzi talvolta mi urtano. Tuttavia, visto che nella mia vita una delle cose più importanti è la mia sconfinata passione per la musica di David, non ho resistito e una lacrimuccia è scesa sulle note di Life on Mars? : nella seconda sala, sullo sfondo di un universo magmatico e tenebroso che avvolge un’intera parete, una tv 17 pollici di quelle di moda negli anni ’70, fa fuoriuscire quel folletto dai capelli rossi, un po’ alieno, un po’ alienato.

“Oh man! Wonder if he’ll ever know . He’s in the best selling show
Is there life on Mars?”

Ecco proprio lì, davanti al buio dello spazio, ai pianeti e alla tv 17 pollici, come se fossi entrata nella casa delle streghe al luna park, sono stata travolta da un sussulto.

“It’s a god-awful small affair To the girl with the mousy hair But her mummy is yelling “No” And her daddy has told her to go But her friend is nowhere to be seen Now she walks through her sunken dream To the seat with the clearest view And she’s hooked to the silver screen But the film is a saddening bore For she’s lived it ten times or more She could spit in the eyes of fools As they ask her to focus on”

“È una piccola terribile storia Per la ragazza dai capelli color topo. Ma sua madre sta gridando “No” E suo padre le ha detto di andarsene Ma il suo amico non si è fatto vivo Adesso lei cammina Nel suo sogno sommerso Verso il posto con la vista migliore E lei è rapita dallo schermo d’argento Ma il film è tristemente noioso Perché lei lo ha vissuto Dieci volte o più. Potrebbe sputare negli occhi dei matti Quando le chiedono di concentrarsi.”


Le ultime due sale sono le più spettacolari: maxischermi che avvolgono le quattro alte pareti, con proiezioni di video live e luci stroboscopiche. Nelle orecchie la voce di Bowie per aumentare l’emozione visiva e l’ipnotica scenografia.

Come viversi un concerto, aspettando di vederlo veramente sul palco…

David Bowie is… per me tutto!

Naked Before the Camera

Se amate la fotografia e siete a New York, non potete non andare al Metropolitan Museum of Art, il Met, sul lato est di Central Park, perchè oltre ad essere uno dei musei più grandi al mondo (è davvero un labirinto e infatti mi sono persa, non riuscivo più ad uscire: dopo l’arte greca, il Caos) hai anche la possibilità di entrare gratis o quasi. Infatti tutti i giorni vige il Pay what you wish: puoi pagare quello che vuoi, anche 1 $, però il prezzo consigliato è 25 $ per gli adulti. Insomma molto democratico e popolare che la cultura sia accessibile a tutti.

Ogni anno il Met ospita delle mostre fotografiche e quest’estate mi sono imbattuta in una deliziosa: Naked Before the Camera, ovvero un percorso visivo con scatti di nudi dalla seconda metà dell’800 fino ai giorni nostri.
Ho sempre amato osservare come il senso del pudore si sia evoluto negli ultimi secoli: un cambiamento che contempla rivoluzioni culturali, dove la nudità influisce sui dettami estetici e veicola la rottura con le regole prestabilite. I primi nudi erano studi sull’anatomia umana come le foto etnografiche di Charles-Albert Arnoux Bertall sulle donne turche, o le immagini “scientifiche” di Albert Londe che scattava delle foto destinate all’analisi anatomica e ai testi scientifici, ma che si trasformavano in applicazioni artistiche.

Passando al nudo nel senso più puramente artistico, in mostra c’era anche il grande pionere della fotografia di fine ‘800, Nadar, e l’italiano Guglielmo Plüshow, a cui il governo fascista negli anni ’30 distrusse molte foto perchè considerate deviate . Ma non solo. Brassaï che nei primi del ‘900 divenne famoso come “cronista della notte”, con immagini che spaziavano dalle riflessioni sui locali e sui bordelli, incrociando le suggestioni della psicanalisi e del surrealismo con il famoso Nude del 1933, dove il corpo si smaterializza, assumendo significati allegorici, diventando un oggetto feticcio di freudiana memoria.

Per continuare con il surrealismo/ dadaismo ecco Man Ray che trasforma con la fantasia dadaista un braccio in qualche altra parte del corpo, un ginocchio, una coscia, chi lo sa, l’arte è anche questo: far sembrare le cose qualcos’altro. Infatti fu proprio Man Ray a mettere in crisi il realismo fotografico, avvalendosi di alcuni accorgimenti come l’occultamento e la sostituzione, per ricontestualizzare e dare nuovi significati all’oggetto fotografato.

E poi i nudi della fotografia newyokese contemporanea di Edward Weston, Emmet Gowin, Irving Penn, e i primi piani di particolari femminili, distorti dal grandangolo dell’inglese Bill Brandt, e naturalmente la mia preferita Diane Arbus con “Retired man and his wife at home in a nudist camp one morning” e “A naked man being a woman” degli anni ’60: la forza dei corpi deformi che si condensano in un realismo quasi urticante.

Ma la vera sorpresa è stata la celebre foto di Robert Mapplethorpe che ritrae Patti Smith nel 1976.  Tra il fotografo e la cantante punk ci fu una profonda unione sentimentale e professionale. Lui, diventato celebre per le fotografie di nudi nella New York di Andy Warhol e Madonna, un anno prima, nel 1975, l’aveva immortalata sulla copertina del primo album della Smith: Horses. Quella foto e quell’artista segnarono la mia adolescenza; rivederla dal vivo, be’, lo ammetto, è stato davvero emozionante.

“Io fotografo ciò che non voglio dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare”
Man Ray

Io, Woody e la panchina sul Queensboro Brigde

Ci sono luoghi che raccontano storie. Il più delle volte entrano nei tuoi occhi quasi per caso, in modo improvviso, e alla fine rimangono impressi come fotogrammi nella tua memoria senza che nemmeno te ne accorgi. Altre volte, molto più raramente, i luoghi ti regalano suggestioni deflagranti e inizi a vivere insieme a loro quelle storie che lì sono accadute.

New York è uno di questi luoghi. Ogni strada, ogni ponte sul Hudson River, ogni diner o parco pubblico, ha in sè qualcosa da raccontare, come se la città fosse un set perfetto e meraviglioso in cui girare storie reali e racconti immaginari. Non a caso la Grande Mela è stata raccontata dai più grandi registi e dal mio preferito in particolare: quel genio con gli occhiali un po’ da nerd e l’aspetto dimesso che è Woody Allen.

Luglio 2012. Sono a New York. La città è avvolta da una calura afosa che quasi ti soffoca, ma la voglia di girare a piedi Manhattan è troppo forte per fermarsi in una delle tante panchine disseminate per strada. So che cosa voglio vedere oggi: i luoghi raccontati da Woody Allen nei suoi film newyorkesi, perdermi tra le strade dell’Upper East Side e di Central Park, scovare i locali frequentati dai suoi personaggi e alla fine arrivare alla meta più celebre: “la panchina”. Sì proprio quella panchina con vista sul Queensboro Bridge impressa nella locandina in bianco e nero di Manhattan, il celebre film del 1979 con Allen e Diane Keaton.

Si parte con la famosa fontana in mezzo a Central Park: la Bethesda Fountain. Qui in una celebre scena di Harry a Pezzi, anch’io ho potuto esclamare: “Sono fuori fuoco! Sono sfuocata!” come il protagonista di questa divertente storiella. Potete trovare la sequenza del film qui.

Procedo con la residenza di Allen. Dopo un calorico pranzo a Central Park con l’onnipresente jumbo hot dog inizio a costeggiare il parco dalla parte est, lungo la famosissima Quinta strada, andando verso nord. Siamo nell’Upper East Side, quartiere tra i più ricchi di Manhattan, dove le case costano tantissimo e i palazzi parlano di famiglie borghesi e radical chic. Proprio come Woody. Il palazzo dove visse il regista prima di sposare la figlia adottiva Soon -Yi si trova al 930 della Fifth Avenue. Mi piazzo davanti al portone sperando di trovare qualche fasto del passato, ma niente, sembra un palazzo deserto e decido di proseguire dopo le foto di rito.

Mi dirigo verso la tanto agognata panchina attraversando vari Blocks, gli isolati tra una strada e l’altra, procedendo ad est dell’Upper East Side. Ed eccola lì. In una piazzetta nascosta, raccolta in un luogo intimo e poco affollato. Mi siedo e la vista che scorgo mi dà molti brividi. Questa è una storia bellissima.

Altri luoghi da visitare rincorrendo la filmografia di Allen sono il Museum of Modern Art (MoMA) dove è stato girato Provaci Ancora Sam – famosa la sequenza dell’attore in cui cerca di rimorchiare una ragazza davanti ad un quadro di Pollock. Un approccio che finisce malamente.

E poi in Misterioso omicidio a Manhattan la fontana di Bryant Park, accanto alla famosa Public Library, dove Diane Keaton e Woody cercano di trovare l’assassino della loro vicina di casa.

Per la sera invece Il famoso Carnegie Deli a Broadway, il ristorante/diner tra la 7th Avenue e la 55th Street, dove Allen ha girato Broadway Danny Rose (1984) e Anything Else (2003), che offre il famoso sandwich pastrami, un panino superfarcito di carne di manzo che anche solo a guardarlo ti si alza il colesterolo.

 

 

PS: Ringrazio Adriano Ercolani e Kimberley Ross, due newyorkesi de’Rooma,

qui con me a Bryant Park, che mi hanno accompagnato in questo tour a NY in esterno giorno/esterno notte!

 

 

 

Harry dallo psichiatra: sei fuori fuoco!

Una piccola storia raccontata in Harry a Pezzi del 1997.
Il protagonista interpretato da Allen è uno scrittore in crisi, non solo nel lavoro ma anche nella vita privata.

In una seduta dallo psichiatra, Harry racconta una storia molto simbolica.
Siamo a Central Park, davanti alla Bethesda Fountain. L’attore Mel è fuori fuoco, offuscato. Bel problema per la troupe che cerca di riprenderlo. Mel torna a casa e anche la famiglia si accorge di quanto sia sfuocato. La mattina dopo l’uomo è più sfuocato che mai. Allora lui e la famiglia vanno dal dottore che dà degli occhiali alla moglie e ai figli per vederlo. Malgrado i ragazzi non vogliono mettere gli occhiali sono però costretti per vedere nitidamente il padre.

Morale della favoletta raccontata allo psichiatra. “Lei si aspetta che il mondo si adegui alla stortura che lei è diventato.”

 

Il momento decisivo: ho capito Cartier-Bresson mangiando un gelato

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in una mostra fotografica dal titolo “Henri Cartier-Bresson Immagini e parole”, a Palazzo Incontro, in pieno centro, vicino a quel mio personale santuario di pellegrinaggio che è la Gelateria Giolitti, luogo di culto per molti fedeli.

In mostra erano esposte 44 fotografie in bianco e nero del grande fotografo francese Henri Cartier-Bresson, accompagnate dal commento, per una volta veramente utile, di intellettuali  e amici del fotografo, tra cui Aulenti, Balthus, Baricco, Jarmusch, Kundera, Miller, Scianna, Sciascia, Steinberg e Varda, che hanno scelto la loro immagine preferita su cui scrivere.

Come non amare le fotografie di strada (qui alcune di quelle esposte) scattate nei reportage tra la Cina, il Messico, l’Africa e il Nord America? Lui insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour e William Vandivert ha fondato nel 1947 l’ Agenzia Magnum,considerata ad oggi la più grande agenzia di fotografi e fotogiornalismo al mondo. (Vi ricordate gli scatti della guerra in Vietnam di Phillip Jones Griffiths? o i mitici ritratti di Che guevara di Renè Burri? Erano tutti della Magnum)

Cartier-Bresson con la sua inseparabile Leica, non metteva mai in posa i soggetti, ma anzi amava spiarli di nascosto per imprimere sulla pellicola i volti e i corpi della gente umile, per dare un volto all’umanità nei suoi momenti quotidiani, cogliendo quegli attimi irripetibili, sia che fossero dei bambini che giocano in un paesaggio di guerra, sia che fosse una madre messicana che tiene un bambino stretto a sè, con una dignità quasi feroce nella sua bellezza tragica.

Nel 1952 esce Images à la sauvette, tradotto in inglese The decisive moment. La copertina inglese è un papier découpé di Matisse, il titolo sintetizza il pensiero di Cartier-Bresson: Il momento decisivo: “Non c’è nulla al mondo –scriveva il fotografo– che non abbia un momento decisivo”. Da allora quel momento decisivo è divenuto l’essenza del fotogiornalismo e della foto di strada. Il momento decisivo è quello che coglie l’azione alcuni istanti prima del suo compimento, è il momento che precede l’attimo rivelatorio, è il passaggio transitorio dell’ATTESA che ci porta al termine dell’azione. Lo scatto di un attimo prima, quella sospensione temporale che ci lascia col fiato sospeso, lo spettatore ha la possibilità di osservare lo stupore di un momento che non ci sarà più, che crea suspense e che precede un’azione conclusiva.

Anch’io ho deciso di cogliere il mio momento decisivo: me ne sono andata al Giolitti dopo questa mostra. In fila, assediata dai turisti e dalla folla vogliosa di gelato ho capito il senso della fotografia di Cartier-Bresson: l’ATTESA di assaporare un cono triplo, cioccolato, pistacchio, bacio, è stato un momento molto più eccitante che gustare il cono stesso.

Quando meno te lo aspetti, arriva la rivelazione.

Un amour de jeunesse: ma quanto dura la gioventu’?

Mia Hansen-Løve è una regista francese di 31 anni con già tre film alle spalle, apprezzati dal pubblico e premiati ai maggiori festival internazionali (Locarno – Cannes). L’ultimo è uscito nelle nostre sale in questi giorni con il titolo “Un amore di gioventù – Un amour de jeunesse” e racconta di un amore folle e disperato, come solo quello di una quindicenne può essere. La Hansen-Løve sarebbe una mosca bianca in Italia, un fatto impensabile infatti aver diretto e fatto uscire tre film a quell’età, in un paese come il nostro che continua a chiamare emergenti quegli autori alla soglia della pensione. Ma come diceva il grande Ennio Flaiano, per i critici cinematografici esistono tre categorie di registi: c’è la “giovane promessa”, l’enfant prodige che sfonderà di sicuro basta dargli tempo e fiducia, il “solito stronzo” quello che ha diretto pellicole magari interessanti, ma che al primo passo falso verrà inesorabilmente stroncato, e il “venerabile maestro” il regista che fa parte della casta degli intoccabili, colui che può dirigere anche opere mediocri e datate, ma tanto a 90 anni e dopo molti successi che gli vuoi dire?! Saresti la causa di un suo possibile attacco di cuore con conseguenze che non voglio nemmeno pensare. Diciamo che nel Belpaese sei una giovane promessa fino ai 40/45 anni, e questa dinamica avviene in tutti i campi lavorativi. Ecco perchè sapere di una donna di 30 anni che riesce a sfondare con il suo cinema, può accadere solo in Francia, perchè sì, questi francesi saranno anche antipatici e campanilisti, ma almeno una cosa la sanno fare bene: promuovere le arti e il cinema grazie all‘UniFrance films, l’organismo che si occupa della promozione del cinema francese nel mondo, e che promuove quindi anche quelle “giovani promesse”che hanno massimo 20 anni, meglio se donne!

Un Istituto impensabile da noi. Mi ricordo per esempio, che i primi tre film di Matteo Garrone in Italia non furono nemmeno distribuiti in sala. Uscirono tutti e tre in DVD dopo il grande successo di Gomorra, la pellicola che ha fatto entrare Garrone nella casta degli intoccabili, aggiundicandosi il titolo di “venerabile maestro“.

Ritornando al film della Hansen-Løve, Un amore di Gioventù, ho trovato davvero notevole la protagonista Lola Crèton, una ragazza dal volto pulito e una grande forza espressiva, che nonostante le poche parole emesse, riesce a descrive il suo sentimento straziante e quasi patologico con piccoli gesti e l’irruenza del suo corpo, spesso nudo. Un film dilatato nei tempi, con lunghi silenzi, che sorprende per come un amore così giovane possa essere così maturo, lontano dalle retoriche sugli adolescenti.

In sala in questo periodo un film di un’ altra regista francese, Valérie Donzelli, La guerre est déclarée. Altra donna, altro grande film.

Iconografie transgender: l’arte racconta il terzo sesso

La ricerca dell’identità ha sempre interessato il mondo delle arti, perchè l’interrogarsi sulla propria condizione umana, sul collocarsi all’interno di determinati gruppi e sul relazionarsi reciprocamente, è alla base del nostro stesso vivere.

Nel 1949 il saggio di Simone de Beauvoir Il secondo sessoLe deuxième sexe – diventò prima in Francia e poi in tutto il mondo l’opera di riferimento del movimento femminista. L’autrice raccontava la donna dal punto di vista sociale e biologico, nei suoi ruoli predefiniti e inalienabili, quasi fosse il “contenitore” dei bisogni del potere dominante: i maschi! La de Beauvoir rifletteva su una visione altamente discriminante della donna, la prassi in un mondo patriarcale dove la subordinazione femminile era accettatta come valore fondante dell’economia familiare e sociale. La scrittrice fu la prima a teorizzare la necessità per le donne di ribellarsi al loro destino biologico, una vera botta alla stomaco per i benpensanti, lei che con il compagno, il grande filosofo esistenzialista Jean – Paul Sartre si attirò le critiche di tutti per un amore non esclusivo ma libero sessualmente.

Sono passati 63 anni e forse molte “convenzioni di genere” si sono affievolite (ma nemmeno troppo…), tuttavia dopo il secondo sesso e la sua concezione di subordinazione al primo, come tutte le triadi che si rispettino – Dante Petrarca Boccaccio – Padre, figlio, Spirito Santo – Small, media, largeera inevitanbile arrivare al terzo genere: quello transgender.

L’arte, a partire dagli anni Sessanta, si è interrogata sui generi sessuali. Mi vengono in mente artisti come l’americana Diane Arbus che si allontanò dai canoni estetici della fotografia di moda (celebri i suoi scatti per Vogue America) per inseguire coloro che stavano ai margini: Freaks, donne deformi, poveri e appunto transessuali, una categoria relegata nella dimensione dell’inferiorità, ancor più delle donne. Ecco il terzo sesso appunto. Celebri i suoi scatti quasi inquietanti, venati di quella bellezza tragica che solo chi si sente spaesato può avere, volti che ricercano quell’equilibrio infelice che è la propria identità, per ricomporla sotto nuove vesti.

Un po’ come Elvira/Erwin, il protagonista di Un anno con tredici lune, film del ’78 di Rainer Werner Fassbinder, che colpito dal suicidio del compagno, girò questo film in soli 25 giorni. Un racconto sull’amore, quel vincolo sacro ma schiavizzante, perchè, si sa, non c’è sacrificio senza violenza.

Il 12 luglio alla Casa del Cinema di Roma partirà la rassegna Quando lei diventa lui, il ciclo di proiezioni dedicate alle donne che si fingono uomini. Tra i film Sylvia Scarlett – Il diavolo è femmina di George Cukor e il più recente Boys don’ t cry con una strepitosa Hilary Swank.

Anche in questi film, come nella vita, il terzo sesso, vero o presunto, e il suo rapporto con l’identità, è sempre conflittuale, suggestiona le arti, influenza i nostri modi di pensare e di osservare il mondo, legittima (ahimè!) il concetto di piramide sociale che governa i poteri e le nostre vite, schiavizzando inevitabilemente chi si trova più in basso. Forse Simone de Beauvoir se fosse stata ancora viva, avrebbe saputo cosa denunciare al giorno d’oggi: l’incapacità di umanizzare i transgender, per resistuire loro quella dignità che in passato era stata rubata anche alle donne.

 

Valentina vs Louise Brooks: le amanti virtuali di Crepax

Lo ammetto. Io di fumetti ne ho sempre capito poco. Forse perchè non mi sono mai particolarmente appassionata al genere. Gli unici che in passato amavo leggere erano: qualche vecchio Topolino lasciato da mio fratello nell’adolescenza e Dylan Dog, in treno, nei miei primi viaggi Roma-Padova.

Tuttavia uno dei miei miti fumettistici è senza dubbio Valentina, una sensuale e misteriosa fotografa che tempo fa ispirò il mio taglio di capelli anni ’20, la creatura più complessa, conosciuta ed amata che sia mai uscita dalle mani di Guido Crepax.

Valentina Movie è il titolo della mostra romana dedicata a lei e al suo geniale disegnatore, in questi giorni a Palazzo Incontro.
Sono esposte 120 tavole originali che ripercorrono la principale fonte di ispirazione di Crepax: Louise Brooks, la grande attrice del cinema muto degli anni ’20, musa del regista G.W. Pabst, un’eroina misteriosa e dallo spirito libero, con quei capelli neri corvini a caschetto e un filo di perle attorno al collo, che interpretava sempre ruoli fuori dagli schemi per l’epoca  – Il vaso di Pandora – spregiudicati e sofferenti – Diario di una donna perduta – .

La Brooks e Crepax non si sono mai conosciuti di persona, ma c’è stato un lungo scambio epistolare, da quando il fumettista decise di dare al suo personaggio il taglio di capelli tipico della diva. La moglie di Crepax, Luisa, sapeva della passione del marito per l’attrice e quando ha visto spuntare per la prima volta Valentina in un fumetto, non si è sorpresa delle sue sembianze: «Erano i primi anni Sessanta: ci eravamo sposati da poco. Sapevo che Guido teneva la foto di una bellissima attrice del cinema muto nel cassetto del suo tavolo da lavoro. Quando nel 1965, nel quarto numero della rivista “Linus”, apparve per la prima volta “Valentina”, non mi meravigliò vedere che i suoi occhi, sotto la frangetta nera, fossero quelli di Louise Brooks. (…) E allora anch’io, per non essere da meno, volli tagliarmi i capelli allo stesso modo e mi coprii la fronte con la frangia. Le nostre esistenze, la sua, di eroina di carta, e la mia, reale, si sono continuamente sfiorate». Sì, Guido Crepax aveva due amanti virtuali, e una moglie reale. Ma del resto se vale il famoso detto “Ogni regista vuole portarsi a letto le proprie attrici e assomigliare ai propri attori“, vale anche il detto “ogni fumettista vuole diventare amante dei suoi personaggi“. Chissà se Luisa Crepax ne era contenta

Andy Warhol l’uomo dai milioni di follower

Artista complesso Andy Warhol. Da sempre la sua aria trasognante e la sua parrucca bianca mi hanno ispirato sentimenti contrastanti. Per molti è stato un innovatore nelle arti figurative, per altri uno stratega nell’architettare il suo personaggio e nell’alimentare la sua fama, per me un essere umano a metà strada tra un folletto efebico e un’ irriverente pop star. Di sicuro quei prodotti di massa e quelle icone popolari che tanto amava riprodurre (Marilyn Monroe e John Lennon, la Campbell Soup, la Coca Cola e le mille varianti nelle sue serigrafie) si sono evoluti loro stessi in “arte di massa”, ne è la prova la continua mercificazione delle sue opere, diventate in ogni angolo del pianeta un business di larga scala. Beni di consumo che lui stesso stigmatizzava riproducendoli all’infinito, creando per questo un’antinomia in termini. Si può infatti condannare i prodotti di largo consumo usando gli stessi archetipi del mercato e facendo diventare la propria arte un prodotto di largo consumo? Ecco sotto questo punto di vista un genio della mistificazione, ma come sarebbe stato oggi Andy Warhol nell’era del web 2.0, quali social avrebbe usato, con la sua smania di riprodurre e diffondere la realtà all’infinito? Secondo me sarebbe stato un patito dell’IPhone e di Istangram, di Pinterest e di tutte quelle applicazioni ludiche e inutili degli smartphone, avrebbe avuto milioni di follower e il dono dell’ubiquità grazie ai social network. Insomma un DIO, proprio quello che voleva essere. Questa domanda me la pongo perchè a Roma in questi giorni è in corso una mostra dal titolo “Warhol: Headlines”, dove i protagonisti sono appunto le “headlines”, i titoli dei giornali. Ottanta opere tra dipinti, disegni, stampe, fotografie e video. Opere basate sulle prime pagine dei quotidiani o dei tabloid. Warhol è intervenuto, ritagliando, alterando testi e immagini originali, relazionandosi con i media e con i suoi simboli linguistici. In queste foto trovate qualche immagine della mostra, tra cui “Fate presto” del 1981, dove è riprodotta la prima pagina de Il Mattino, uscito due giorni dopo il terremoto dell’Irpinia.

Antesignano dei social e della comunicazione globale insomma. L’uomo dai milioni di follower. Si sa che Warhol girava sempre con la sua indimenticabile Polaroid, ma anche la sua cinepresa Bolex 16mm con cui realizzò i suoi primi film (sì, ha fatto anche il regista), o il Super 8 con cui girò centinaia di filmati sperimentali, soprattutto nella sua Factory newyorkese, riprodotti anche questi in serie, tanto per cambiare, in una catena di montaggio che farebbe impallidire pure quel “fabbricante di film” conosciuto con il nome di Rainer Werner Fassbinder, morto a 39 anni con 43 film all’attivo.

Comunque per chi volesse conoscere un po’ di più la cinematografia di A.W. (uso questo termine perchè mi suona antico e lezioso come il linguaggio che usava nelle sue interviste video), consiglio i suoi due primi film, anni 1963/64. Si chiamano Sleep ed Empire, l’ambientazione è newyorkese e il suo è un cinema minimalista e naïf , con inquadrature fisse, senza stacchi, senza montaggio, impresso su rulli di pellicola bianco e nera, con un metraggio lunghissimo (ripresa fissa per sei ore di un uomo che dorme in Sleep, otto ore per Empire, in cui viene ripresa l’immagine fissa del grattacielo, dalla sera fino alla mattina del giorno dopo) e con attori non professionisti totalmente muti. Lui che sentenziava “Trovo il montaggio troppo stancante, lascio che la camera funzioni fino a che la pellicola finisce, così posso guardare le persone per come sono veramente” , ora sarebbe il regista meno non commerciabile al cinema, ma per lui raccontare una storia, voleva dire entrare nell’intimità del personaggio, possederlo, spiarlo e sequestrarlo, fosse esso un uomo che dorme o un maestoso grattacielo che solca lo skyline di NY.

Per finire vi racconto come Andy – sì lo chiamo per nome, come un amico –  entra costantemente nella mia vita. Qualche giorno fa sono entrata in quel magico mondo di prodotti pop che è il supermercato Carrefour. Ebbene in mezzo alla salsa di soia, alle prelibatezze orientali e la salsa Worcester cosa mi ritrovo? Ma la Campbell Soup ovviamente! Un alimento warholiano a tutti gli effetti, un marchio registrato nella nostra mente a suo nome. Io non ho resistito, l’ho comprata e ho creato la mia opera d’arte. Ricordando Magritte e la differenza tra l’oggetto e la sua rappresentazione.

Ceci n’est pas une ouevre d’art.

 

Info mostra:

“Warhol: Headlines”
Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea
Roma, dal 12 giugno al 9 settembre 2012