Home / Articolo / Iconografie transgender: l’arte racconta il terzo sesso

Iconografie transgender: l’arte racconta il terzo sesso

La ricerca dell’identità ha sempre interessato il mondo delle arti, perchè l’interrogarsi sulla propria condizione umana, sul collocarsi all’interno di determinati gruppi e sul relazionarsi reciprocamente, è alla base del nostro stesso vivere.

Nel 1949 il saggio di Simone de Beauvoir Il secondo sessoLe deuxième sexe – diventò prima in Francia e poi in tutto il mondo l’opera di riferimento del movimento femminista. L’autrice raccontava la donna dal punto di vista sociale e biologico, nei suoi ruoli predefiniti e inalienabili, quasi fosse il “contenitore” dei bisogni del potere dominante: i maschi! La de Beauvoir rifletteva su una visione altamente discriminante della donna, la prassi in un mondo patriarcale dove la subordinazione femminile era accettatta come valore fondante dell’economia familiare e sociale. La scrittrice fu la prima a teorizzare la necessità per le donne di ribellarsi al loro destino biologico, una vera botta alla stomaco per i benpensanti, lei che con il compagno, il grande filosofo esistenzialista Jean – Paul Sartre si attirò le critiche di tutti per un amore non esclusivo ma libero sessualmente.

Sono passati 63 anni e forse molte “convenzioni di genere” si sono affievolite (ma nemmeno troppo…), tuttavia dopo il secondo sesso e la sua concezione di subordinazione al primo, come tutte le triadi che si rispettino – Dante Petrarca Boccaccio – Padre, figlio, Spirito Santo – Small, media, largeera inevitanbile arrivare al terzo genere: quello transgender.

L’arte, a partire dagli anni Sessanta, si è interrogata sui generi sessuali. Mi vengono in mente artisti come l’americana Diane Arbus che si allontanò dai canoni estetici della fotografia di moda (celebri i suoi scatti per Vogue America) per inseguire coloro che stavano ai margini: Freaks, donne deformi, poveri e appunto transessuali, una categoria relegata nella dimensione dell’inferiorità, ancor più delle donne. Ecco il terzo sesso appunto. Celebri i suoi scatti quasi inquietanti, venati di quella bellezza tragica che solo chi si sente spaesato può avere, volti che ricercano quell’equilibrio infelice che è la propria identità, per ricomporla sotto nuove vesti.

Un po’ come Elvira/Erwin, il protagonista di Un anno con tredici lune, film del ’78 di Rainer Werner Fassbinder, che colpito dal suicidio del compagno, girò questo film in soli 25 giorni. Un racconto sull’amore, quel vincolo sacro ma schiavizzante, perchè, si sa, non c’è sacrificio senza violenza.

Il 12 luglio alla Casa del Cinema di Roma partirà la rassegna Quando lei diventa lui, il ciclo di proiezioni dedicate alle donne che si fingono uomini. Tra i film Sylvia Scarlett – Il diavolo è femmina di George Cukor e il più recente Boys don’ t cry con una strepitosa Hilary Swank.

Anche in questi film, come nella vita, il terzo sesso, vero o presunto, e il suo rapporto con l’identità, è sempre conflittuale, suggestiona le arti, influenza i nostri modi di pensare e di osservare il mondo, legittima (ahimè!) il concetto di piramide sociale che governa i poteri e le nostre vite, schiavizzando inevitabilemente chi si trova più in basso. Forse Simone de Beauvoir se fosse stata ancora viva, avrebbe saputo cosa denunciare al giorno d’oggi: l’incapacità di umanizzare i transgender, per resistuire loro quella dignità che in passato era stata rubata anche alle donne.