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Il momento decisivo: ho capito Cartier-Bresson mangiando un gelato

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in una mostra fotografica dal titolo “Henri Cartier-Bresson Immagini e parole”, a Palazzo Incontro, in pieno centro, vicino a quel mio personale santuario di pellegrinaggio che è la Gelateria Giolitti, luogo di culto per molti fedeli.

In mostra erano esposte 44 fotografie in bianco e nero del grande fotografo francese Henri Cartier-Bresson, accompagnate dal commento, per una volta veramente utile, di intellettuali  e amici del fotografo, tra cui Aulenti, Balthus, Baricco, Jarmusch, Kundera, Miller, Scianna, Sciascia, Steinberg e Varda, che hanno scelto la loro immagine preferita su cui scrivere.

Come non amare le fotografie di strada (qui alcune di quelle esposte) scattate nei reportage tra la Cina, il Messico, l’Africa e il Nord America? Lui insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour e William Vandivert ha fondato nel 1947 l’ Agenzia Magnum,considerata ad oggi la più grande agenzia di fotografi e fotogiornalismo al mondo. (Vi ricordate gli scatti della guerra in Vietnam di Phillip Jones Griffiths? o i mitici ritratti di Che guevara di Renè Burri? Erano tutti della Magnum)

Cartier-Bresson con la sua inseparabile Leica, non metteva mai in posa i soggetti, ma anzi amava spiarli di nascosto per imprimere sulla pellicola i volti e i corpi della gente umile, per dare un volto all’umanità nei suoi momenti quotidiani, cogliendo quegli attimi irripetibili, sia che fossero dei bambini che giocano in un paesaggio di guerra, sia che fosse una madre messicana che tiene un bambino stretto a sè, con una dignità quasi feroce nella sua bellezza tragica.

Nel 1952 esce Images à la sauvette, tradotto in inglese The decisive moment. La copertina inglese è un papier découpé di Matisse, il titolo sintetizza il pensiero di Cartier-Bresson: Il momento decisivo: “Non c’è nulla al mondo –scriveva il fotografo– che non abbia un momento decisivo”. Da allora quel momento decisivo è divenuto l’essenza del fotogiornalismo e della foto di strada. Il momento decisivo è quello che coglie l’azione alcuni istanti prima del suo compimento, è il momento che precede l’attimo rivelatorio, è il passaggio transitorio dell’ATTESA che ci porta al termine dell’azione. Lo scatto di un attimo prima, quella sospensione temporale che ci lascia col fiato sospeso, lo spettatore ha la possibilità di osservare lo stupore di un momento che non ci sarà più, che crea suspense e che precede un’azione conclusiva.

Anch’io ho deciso di cogliere il mio momento decisivo: me ne sono andata al Giolitti dopo questa mostra. In fila, assediata dai turisti e dalla folla vogliosa di gelato ho capito il senso della fotografia di Cartier-Bresson: l’ATTESA di assaporare un cono triplo, cioccolato, pistacchio, bacio, è stato un momento molto più eccitante che gustare il cono stesso.

Quando meno te lo aspetti, arriva la rivelazione.

Iconografie transgender: l’arte racconta il terzo sesso

La ricerca dell’identità ha sempre interessato il mondo delle arti, perchè l’interrogarsi sulla propria condizione umana, sul collocarsi all’interno di determinati gruppi e sul relazionarsi reciprocamente, è alla base del nostro stesso vivere.

Nel 1949 il saggio di Simone de Beauvoir Il secondo sessoLe deuxième sexe – diventò prima in Francia e poi in tutto il mondo l’opera di riferimento del movimento femminista. L’autrice raccontava la donna dal punto di vista sociale e biologico, nei suoi ruoli predefiniti e inalienabili, quasi fosse il “contenitore” dei bisogni del potere dominante: i maschi! La de Beauvoir rifletteva su una visione altamente discriminante della donna, la prassi in un mondo patriarcale dove la subordinazione femminile era accettatta come valore fondante dell’economia familiare e sociale. La scrittrice fu la prima a teorizzare la necessità per le donne di ribellarsi al loro destino biologico, una vera botta alla stomaco per i benpensanti, lei che con il compagno, il grande filosofo esistenzialista Jean – Paul Sartre si attirò le critiche di tutti per un amore non esclusivo ma libero sessualmente.

Sono passati 63 anni e forse molte “convenzioni di genere” si sono affievolite (ma nemmeno troppo…), tuttavia dopo il secondo sesso e la sua concezione di subordinazione al primo, come tutte le triadi che si rispettino – Dante Petrarca Boccaccio – Padre, figlio, Spirito Santo – Small, media, largeera inevitanbile arrivare al terzo genere: quello transgender.

L’arte, a partire dagli anni Sessanta, si è interrogata sui generi sessuali. Mi vengono in mente artisti come l’americana Diane Arbus che si allontanò dai canoni estetici della fotografia di moda (celebri i suoi scatti per Vogue America) per inseguire coloro che stavano ai margini: Freaks, donne deformi, poveri e appunto transessuali, una categoria relegata nella dimensione dell’inferiorità, ancor più delle donne. Ecco il terzo sesso appunto. Celebri i suoi scatti quasi inquietanti, venati di quella bellezza tragica che solo chi si sente spaesato può avere, volti che ricercano quell’equilibrio infelice che è la propria identità, per ricomporla sotto nuove vesti.

Un po’ come Elvira/Erwin, il protagonista di Un anno con tredici lune, film del ’78 di Rainer Werner Fassbinder, che colpito dal suicidio del compagno, girò questo film in soli 25 giorni. Un racconto sull’amore, quel vincolo sacro ma schiavizzante, perchè, si sa, non c’è sacrificio senza violenza.

Il 12 luglio alla Casa del Cinema di Roma partirà la rassegna Quando lei diventa lui, il ciclo di proiezioni dedicate alle donne che si fingono uomini. Tra i film Sylvia Scarlett – Il diavolo è femmina di George Cukor e il più recente Boys don’ t cry con una strepitosa Hilary Swank.

Anche in questi film, come nella vita, il terzo sesso, vero o presunto, e il suo rapporto con l’identità, è sempre conflittuale, suggestiona le arti, influenza i nostri modi di pensare e di osservare il mondo, legittima (ahimè!) il concetto di piramide sociale che governa i poteri e le nostre vite, schiavizzando inevitabilemente chi si trova più in basso. Forse Simone de Beauvoir se fosse stata ancora viva, avrebbe saputo cosa denunciare al giorno d’oggi: l’incapacità di umanizzare i transgender, per resistuire loro quella dignità che in passato era stata rubata anche alle donne.

 

Valentina vs Louise Brooks: le amanti virtuali di Crepax

Lo ammetto. Io di fumetti ne ho sempre capito poco. Forse perchè non mi sono mai particolarmente appassionata al genere. Gli unici che in passato amavo leggere erano: qualche vecchio Topolino lasciato da mio fratello nell’adolescenza e Dylan Dog, in treno, nei miei primi viaggi Roma-Padova.

Tuttavia uno dei miei miti fumettistici è senza dubbio Valentina, una sensuale e misteriosa fotografa che tempo fa ispirò il mio taglio di capelli anni ’20, la creatura più complessa, conosciuta ed amata che sia mai uscita dalle mani di Guido Crepax.

Valentina Movie è il titolo della mostra romana dedicata a lei e al suo geniale disegnatore, in questi giorni a Palazzo Incontro.
Sono esposte 120 tavole originali che ripercorrono la principale fonte di ispirazione di Crepax: Louise Brooks, la grande attrice del cinema muto degli anni ’20, musa del regista G.W. Pabst, un’eroina misteriosa e dallo spirito libero, con quei capelli neri corvini a caschetto e un filo di perle attorno al collo, che interpretava sempre ruoli fuori dagli schemi per l’epoca  – Il vaso di Pandora – spregiudicati e sofferenti – Diario di una donna perduta – .

La Brooks e Crepax non si sono mai conosciuti di persona, ma c’è stato un lungo scambio epistolare, da quando il fumettista decise di dare al suo personaggio il taglio di capelli tipico della diva. La moglie di Crepax, Luisa, sapeva della passione del marito per l’attrice e quando ha visto spuntare per la prima volta Valentina in un fumetto, non si è sorpresa delle sue sembianze: «Erano i primi anni Sessanta: ci eravamo sposati da poco. Sapevo che Guido teneva la foto di una bellissima attrice del cinema muto nel cassetto del suo tavolo da lavoro. Quando nel 1965, nel quarto numero della rivista “Linus”, apparve per la prima volta “Valentina”, non mi meravigliò vedere che i suoi occhi, sotto la frangetta nera, fossero quelli di Louise Brooks. (…) E allora anch’io, per non essere da meno, volli tagliarmi i capelli allo stesso modo e mi coprii la fronte con la frangia. Le nostre esistenze, la sua, di eroina di carta, e la mia, reale, si sono continuamente sfiorate». Sì, Guido Crepax aveva due amanti virtuali, e una moglie reale. Ma del resto se vale il famoso detto “Ogni regista vuole portarsi a letto le proprie attrici e assomigliare ai propri attori“, vale anche il detto “ogni fumettista vuole diventare amante dei suoi personaggi“. Chissà se Luisa Crepax ne era contenta

Andy Warhol l’uomo dai milioni di follower

Artista complesso Andy Warhol. Da sempre la sua aria trasognante e la sua parrucca bianca mi hanno ispirato sentimenti contrastanti. Per molti è stato un innovatore nelle arti figurative, per altri uno stratega nell’architettare il suo personaggio e nell’alimentare la sua fama, per me un essere umano a metà strada tra un folletto efebico e un’ irriverente pop star. Di sicuro quei prodotti di massa e quelle icone popolari che tanto amava riprodurre (Marilyn Monroe e John Lennon, la Campbell Soup, la Coca Cola e le mille varianti nelle sue serigrafie) si sono evoluti loro stessi in “arte di massa”, ne è la prova la continua mercificazione delle sue opere, diventate in ogni angolo del pianeta un business di larga scala. Beni di consumo che lui stesso stigmatizzava riproducendoli all’infinito, creando per questo un’antinomia in termini. Si può infatti condannare i prodotti di largo consumo usando gli stessi archetipi del mercato e facendo diventare la propria arte un prodotto di largo consumo? Ecco sotto questo punto di vista un genio della mistificazione, ma come sarebbe stato oggi Andy Warhol nell’era del web 2.0, quali social avrebbe usato, con la sua smania di riprodurre e diffondere la realtà all’infinito? Secondo me sarebbe stato un patito dell’IPhone e di Istangram, di Pinterest e di tutte quelle applicazioni ludiche e inutili degli smartphone, avrebbe avuto milioni di follower e il dono dell’ubiquità grazie ai social network. Insomma un DIO, proprio quello che voleva essere. Questa domanda me la pongo perchè a Roma in questi giorni è in corso una mostra dal titolo “Warhol: Headlines”, dove i protagonisti sono appunto le “headlines”, i titoli dei giornali. Ottanta opere tra dipinti, disegni, stampe, fotografie e video. Opere basate sulle prime pagine dei quotidiani o dei tabloid. Warhol è intervenuto, ritagliando, alterando testi e immagini originali, relazionandosi con i media e con i suoi simboli linguistici. In queste foto trovate qualche immagine della mostra, tra cui “Fate presto” del 1981, dove è riprodotta la prima pagina de Il Mattino, uscito due giorni dopo il terremoto dell’Irpinia.

Antesignano dei social e della comunicazione globale insomma. L’uomo dai milioni di follower. Si sa che Warhol girava sempre con la sua indimenticabile Polaroid, ma anche la sua cinepresa Bolex 16mm con cui realizzò i suoi primi film (sì, ha fatto anche il regista), o il Super 8 con cui girò centinaia di filmati sperimentali, soprattutto nella sua Factory newyorkese, riprodotti anche questi in serie, tanto per cambiare, in una catena di montaggio che farebbe impallidire pure quel “fabbricante di film” conosciuto con il nome di Rainer Werner Fassbinder, morto a 39 anni con 43 film all’attivo.

Comunque per chi volesse conoscere un po’ di più la cinematografia di A.W. (uso questo termine perchè mi suona antico e lezioso come il linguaggio che usava nelle sue interviste video), consiglio i suoi due primi film, anni 1963/64. Si chiamano Sleep ed Empire, l’ambientazione è newyorkese e il suo è un cinema minimalista e naïf , con inquadrature fisse, senza stacchi, senza montaggio, impresso su rulli di pellicola bianco e nera, con un metraggio lunghissimo (ripresa fissa per sei ore di un uomo che dorme in Sleep, otto ore per Empire, in cui viene ripresa l’immagine fissa del grattacielo, dalla sera fino alla mattina del giorno dopo) e con attori non professionisti totalmente muti. Lui che sentenziava “Trovo il montaggio troppo stancante, lascio che la camera funzioni fino a che la pellicola finisce, così posso guardare le persone per come sono veramente” , ora sarebbe il regista meno non commerciabile al cinema, ma per lui raccontare una storia, voleva dire entrare nell’intimità del personaggio, possederlo, spiarlo e sequestrarlo, fosse esso un uomo che dorme o un maestoso grattacielo che solca lo skyline di NY.

Per finire vi racconto come Andy – sì lo chiamo per nome, come un amico –  entra costantemente nella mia vita. Qualche giorno fa sono entrata in quel magico mondo di prodotti pop che è il supermercato Carrefour. Ebbene in mezzo alla salsa di soia, alle prelibatezze orientali e la salsa Worcester cosa mi ritrovo? Ma la Campbell Soup ovviamente! Un alimento warholiano a tutti gli effetti, un marchio registrato nella nostra mente a suo nome. Io non ho resistito, l’ho comprata e ho creato la mia opera d’arte. Ricordando Magritte e la differenza tra l’oggetto e la sua rappresentazione.

Ceci n’est pas une ouevre d’art.

 

Info mostra:

“Warhol: Headlines”
Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea
Roma, dal 12 giugno al 9 settembre 2012