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Naked Before the Camera

Se amate la fotografia e siete a New York, non potete non andare al Metropolitan Museum of Art, il Met, sul lato est di Central Park, perchè oltre ad essere uno dei musei più grandi al mondo (è davvero un labirinto e infatti mi sono persa, non riuscivo più ad uscire: dopo l’arte greca, il Caos) hai anche la possibilità di entrare gratis o quasi. Infatti tutti i giorni vige il Pay what you wish: puoi pagare quello che vuoi, anche 1 $, però il prezzo consigliato è 25 $ per gli adulti. Insomma molto democratico e popolare che la cultura sia accessibile a tutti.

Ogni anno il Met ospita delle mostre fotografiche e quest’estate mi sono imbattuta in una deliziosa: Naked Before the Camera, ovvero un percorso visivo con scatti di nudi dalla seconda metà dell’800 fino ai giorni nostri.
Ho sempre amato osservare come il senso del pudore si sia evoluto negli ultimi secoli: un cambiamento che contempla rivoluzioni culturali, dove la nudità influisce sui dettami estetici e veicola la rottura con le regole prestabilite. I primi nudi erano studi sull’anatomia umana come le foto etnografiche di Charles-Albert Arnoux Bertall sulle donne turche, o le immagini “scientifiche” di Albert Londe che scattava delle foto destinate all’analisi anatomica e ai testi scientifici, ma che si trasformavano in applicazioni artistiche.

Passando al nudo nel senso più puramente artistico, in mostra c’era anche il grande pionere della fotografia di fine ‘800, Nadar, e l’italiano Guglielmo Plüshow, a cui il governo fascista negli anni ’30 distrusse molte foto perchè considerate deviate . Ma non solo. Brassaï che nei primi del ‘900 divenne famoso come “cronista della notte”, con immagini che spaziavano dalle riflessioni sui locali e sui bordelli, incrociando le suggestioni della psicanalisi e del surrealismo con il famoso Nude del 1933, dove il corpo si smaterializza, assumendo significati allegorici, diventando un oggetto feticcio di freudiana memoria.

Per continuare con il surrealismo/ dadaismo ecco Man Ray che trasforma con la fantasia dadaista un braccio in qualche altra parte del corpo, un ginocchio, una coscia, chi lo sa, l’arte è anche questo: far sembrare le cose qualcos’altro. Infatti fu proprio Man Ray a mettere in crisi il realismo fotografico, avvalendosi di alcuni accorgimenti come l’occultamento e la sostituzione, per ricontestualizzare e dare nuovi significati all’oggetto fotografato.

E poi i nudi della fotografia newyokese contemporanea di Edward Weston, Emmet Gowin, Irving Penn, e i primi piani di particolari femminili, distorti dal grandangolo dell’inglese Bill Brandt, e naturalmente la mia preferita Diane Arbus con “Retired man and his wife at home in a nudist camp one morning” e “A naked man being a woman” degli anni ’60: la forza dei corpi deformi che si condensano in un realismo quasi urticante.

Ma la vera sorpresa è stata la celebre foto di Robert Mapplethorpe che ritrae Patti Smith nel 1976.  Tra il fotografo e la cantante punk ci fu una profonda unione sentimentale e professionale. Lui, diventato celebre per le fotografie di nudi nella New York di Andy Warhol e Madonna, un anno prima, nel 1975, l’aveva immortalata sulla copertina del primo album della Smith: Horses. Quella foto e quell’artista segnarono la mia adolescenza; rivederla dal vivo, be’, lo ammetto, è stato davvero emozionante.

“Io fotografo ciò che non voglio dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare”
Man Ray